malattia parassitaria della
pelle dovuta all’ acaro
sarcoptes scabiei; detta anche rogna. La
scabbia assume aspetti clinici diversi in rapporto all’estensione del processo morboso o all’eventuale sovrapposizione di complicazioni dovute al grattamento. Il sintomo caratteristico è dato dal cunicolo scavato dall’acaro, che ha forma lineare o ad arco di cerchio, di uno o più millimetri di lunghezza, di
colore bianco o roseo, simile alla cute vicina. Accanto al cunicolo si possono osservare, specie nelle forme che durano da
tempo, alcune vescichette perlacee a contenuto limpido e prive di alone infiammatorio. Il contagio avviene attraverso la biancheria del letto oppure mediante il contatto diretto tra malato e sano. Le sedi elettive sono: spazi interdigitali, lato flessorio dei gomiti, pilastro anteriore dell’
ascella, areola mammaria,
dorso del
pene,
scroto, glande; nei bambini, regioni glutee e piedi;
capo e
collo sono risparmiati. L’eruzione scabbiosa è accompagnata da
prurito, specie notturno, a volte intenso. Le possibili complicazioni sono provocate da grattamento: vesciche da
batteri piogeni, pustole impetiginoidi , eczemi ecc. In mancanza di cure la
malattia si cronicizza. Una forma clinica particolare è costituita dalla
scabbia norvegese, caratterizzata da ipercheratosi, croste ed eritrodermia estesa, con possibile localizzazione al
capo e al
collo. La
scabbia si cura con l’applicazione su tutta la superficie cutanea di farmaci antiacarici (
permetrina, crotamitonum, benzoato di benzile), disinfestando biancheria, coperte, vestiti ecc. Dopo 24-48 ore di appropriata terapia il paziente non è, abitualmente, più contagioso, anche se nel 50% dei casi il
prurito potrà persistere più a lungo e richiedere il trattamento con antistaminici per via sistemica.